Sezione 04

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26
set
2012

Il discorso di Franca Masu a Tarragona

Il rapporto tra Alghero e Tarragona è fatto della stessa magia di quello ancor più antico che rende la mia città figlia non solo della sua isola, la Sardegna, ma anche, spiritualmente e profondamente, figlia di una patria fisica e metafisica, fatta di leggenda e di storia, lontana e separata e allo stesso tempo tanto vicina da essere dentro la nostra anima e nella nostra lingua, la Catalogna.

Sentirsi algherese, sarda, sentirsi catalana, sentirsi catalana d'Alghero riconoscersi naturalmente, “mediterranea”. Sentirsi in qualche maniera una donna speciale, una donna privilegiata. Da cosa viene questo privilegio? Da cosa arriva tanta consapevolezza, da cosa nasce tutto questo sentire la vita come un “regalo” tanto grande? Ho molto riflettuto, ho molto pensato a questa curiosa maniera di declinare la propria esistenza ed ho capito che tutto nasce da una cosa semplice, ma immensamente profonda. Nasce dalle radici. E le radici ti sono date da come i tuoi genitori ti insegnano a “respirare” la vita stessa, il tuo saper stare al mondo e prima di tutto, nella tua terra, la terra che ti ha accolto. La mia terra e’ la Sardegna, la mia casa e’ l’Alguer. La mia seconda madre e’ il mare e le montagne che lo proteggono sono come la forza di un padre. Mi sento figlia di quest'isola e forse sarà per questo che so ascoltare il mare quando mi parla , quando mi nega di realizzare i miei sogni, quando mi ruba l’anima, costringendomi a vivere sempre in un tempo di attesa, un tempo di tensione verso qualcosa o qualcuno che dal mare arriverà prima o poi, quando sarà possibile. E forse sara’ per questo che so accettare il vento, che sconvolge tutti i miei piani, che mi urla cose che a volte non voglio sentire, che mi scombussola le idee , i sentimenti, facendoli diventare tempestosi e confusi. E sara’ che devo fare i conti ogni sera con le rocce insanguinate, al tramonto, in un silenzio assordante dove ogni volta ti sembra di morire, che il momento sia solenne ed adatto, quando l’ultima ferita uccide il giorno che pure era sembrato furioso, eterno, invincibile, interminato.

La mia città sa di lavoro, sacrificio, pianti, urla e risate; ha l'odore delle reti, il ritmo alterno delle gianquetes calpestate, il viso di arenaria, eterna seppur rubata un poco ogni giorno dal vento; la mia città s'addormenta come un gigante quieto, ninnata da un faro e si risveglia d'un tratto riaccendendosi tutta d'argento come un prodigio che si compie davanti alla mia finestra, ogni mattina, per i miei occhi stupiti. Ma è la luna ha serbare tutti i segreti, di tutti i bambini, gli anziani ed i poeti di questa mia città. Sara’ per questo che mia sorella e’ la luna, che sa tutto di me e da sempre mi veglia da questo cielo, che sembra cosi’ vicino che lo potrei toccare. Alla luna si guarda, si ulula, si chiede e si canta. Da sempre. Io ho, io conosco la mia luna algherese, io canto, sempre, a lei.

Di giorno poi vivo la mia città cercandovi la storia, le storie, lungo le sue vie, i suoi vicoli, i bastioni, nelle piazzette, fra i visi della mia gente. Così passeggiando ai giardini pubblici pieni di bimbi che giocano ad essere grandi e nonni che sognano d'essere bimbi, mi soffermo di fronte ad una targa ancora giovane nell'aspetto, fresca come fosse di posa recente; questa è lì da mezzo secolo e ricorda l'agermanament fra Alghero e Tarragona. Sto lì di fronte a quel monumento ed immagino idealmente di fronte a quella stessa targa Pasqual Scanu, Rafael Sari, Antoni Simon Mossa, Rafael Catardi, Antoni Era, Pere Català i Roca, e molti altri interpreti della nostra cultura, algheresi e catalani, testimoni e protagonisti del nostro retrobament che l'agermanament fra Alghero e Tarragona sopra ogni altra cosa rappresenta e celebra; ora davanti a questo monumento la mia piccola città mi appare grande e immensa, la mia città è una patria, un'isola, un continente, è tutta la terra che i miei piedi ovunque io vada continuano a calpestare e sentire come stabile appoggio. La mia città ha un grande ponte che attraversa il mare e a ponente porta i miei passi verso Tarragona.

Io cammino, mi fermo, guardo e penso nella mia Alghero, la storia e le storie, penetrate dentro ogni pietra, conservate nei grandi portoni e dietro ogni piccola finestra, tutta la storia e tutte le storie passate lungo questi vicoli, sotto questi tetti. Io li sento i fantasmi dei poeti abitare la mia città, le mie strade e li seguo, li ascolto nei loro sussurri da quando ero bambina e camminare fra le loro case strette l'une alle altre mi metteva paura, la paura dell'anima secolare e metafisica di questo luogo.

E arriva un giorno che, d'un tratto adulta, tutto questo capisci non ti è solo noto ma ti è entrato nelle viscere, così profondamente che non te ne puoi liberare, arriva un giorno in cui capisci che tutto questo vivere così introspettivo e a lungo taciuto, diventa il tuo destino. E capisci ancora meglio che ha un senso solo se ora finalmente lo racconti, se lo riveli e lo traduci nella lingua, nella tua lingua, quella che esiste da secoli, dentro quel mare, quel vento, quelle rocce, quella luna, quella citta’, quest'isola nell'isola, quest'arcipelago d'anime.

La mia voce trema se penso ad altre voci che vorrei portarvi, le mie parole diventano inadeguate se penso a quelle che vorrei farvi sentire, leggere, scoprire: la voce ed i versi di Ramon Cravellet, passionale amante del sogno catalanista scomparso in Catalogna; la voce e le parole di Antoni Simon Mossa, genio rinascimentale e paladino d'ogni minoranza linguistica; la voce e il canto di Pino Piras, il tono ironico, irriverente e verace del mio popolo; la poesia del buon maestro Rafael Sari, gli studi e la passione del professor Pasqual Scanu, il canto di Rafael Catardi, di Antonietta Salvietti, di Rafael Caria. Da ieri ad oggi dunque fino alla ricerca storica e alla poesia di Raffaele Sari Bozzolo, nipote del grande Rafael Sari. Vorrei farvi leggere i versi di questo giovane autore perché la sua scrittura e la sua passione offrono oggi alla mia città una voce profonda e affascinante, un contributo indispensabile per una nuova renaixença, che rilanci ad altissimi ed universali livelli la nostra preziosa letteratura.

In verità io vorrei portarvi della mia gente le parole, tutte, le voci, tutte, per farvi sentire com'è ancor più grande la mia, la vostra, la nostra patria metafisica.

Ecco perche’ io canto, ecco perche’ io amo, rido e piango mentre canto. Perche’ la voce si fa strumento per raccontare un piccolo vivere, un piccolo angolo di mondo, quel mio piccolo giardino. Ma è così che si può diventare universali ed “abbracciare” il cuore degli altri nella speranza di condividere quella poesia che e’ nascosta dentro tutti noi, mentre corriamo, mentre ci affanniamo, mentre lottiamo, spesso senza conoscere il vero perche’.

Allora dico: si’ che questo e’ un privilegio. E tutto torna. E se stasera sono qui, e’ per credere ancora una volta di piu’ che esiste tra me e voi un filo rosso che ci unisce e ci unisce da tanto tempo. E’ un filo sottile, costruito con amore e con speranze da chi e’ stato prima di me e prima di voi.

Dal XIV secolo, la roccaforte di Alghero, per secoli è stata sotto il dominio catalano-aragonese, poi la storia ci ha separato, ma la forza, la cultura e l'intelligenza dei nostri uomini e delle nostre donne, ci hanno nuovamente unito. Da Toda a Milà i Fontanals, da Matheu a Fuster, da Frank ad Adami da Dore a Sanna, figli e fratelli d'una stessa madre lingua, hanno costruito il ponte che io ho percorso per giungere fino a qui.

Dalla fine del XIX secolo la Catalogna ha riscoperto Alghero e Alghero ha ritrovato la Catalogna, così che in poco più di un secolo la nostra lingua, sopravvissuta alle lingue maggioritarie che l'hanno dominata, ma non sopraffatta, è tornata ad essere protagonista di una cultura viva e straordinariamente ricca di autori e opere che io sento ora sulle mie spalle rivolgendovi questo saluto ed ispirarmi questo emozionato pregò.

La Catalogna è la nostra patria antica, la nostra madre lontana, ma in Tarragona noi abbiamo una sorella, quanto mai vicina, tanto vicina da dare oggi ai miei piedi, quello stesso fermo e rassicurante appoggio del suolo caro della mia città.

Vorrei portarvi tutti al di là del mare, entro le mura antiche di Alghero, per raccontarvi le storie di questa mia e vostra terra: città dei destini incrociati - com'è stata definita - dove un giovane Balzac ha cercato fortuna, dove Sant Exupery ha vissuto gli ultimi mesi della sua vita e forse scritto le sue ultime opere; dove Richard Burton si è di nuovo innamorato di Liz Taylor, dove il re Umberto II di Savoia, partito per l'esilio portoghese, ha toccato l'ultimo suolo italico, dove Samuel Beckett, Alfonso Gatto, Filippo Tommaso Marinetti, Gabriele D'Annunzio, Amelie Posse, ed altri hanno cercato nuove e potenti ispirazioni; vorrei portarvi in questa mia città ricca di storia e storie, dove la storia delle storie e le storie della storia, si sono testardamente incrociate in una fitta matassa di nomi, opere, destini, beffe e amori, quasi inestricabile, se è vero che neppure l'origine del nome è stato del tutto decifrato, se neppure l'anno o semplicemente il secolo di fondazione è davvero certo.

In questi giorni di festa celebreremo Santa Tecla martire e donna. Anche le mie parole sono chiamate a celebrare questo momento di memoria e di riflessione, ed io le pronuncio pensando di avere con me la forza, tutta la forza delle donne, che proprio in questo periodo di crisi possono svolgere un ruolo decisivo. La forza della terra, la forza creatrice, la primordiale dea madre, deve affrontare le grandi sfide del nostro tempo, essa è la più armata per vincere o per trascinare con sé un grande esercito di volontà, di sogni, di speranze e di idee alla vittoria finale. Santa Tecla illuminò col suo sacrificio la liberazione dal paganesimo e aprì alla nuova era cristiana.

Oggi dunque e’ un giorno di gioia, di sogni e di riflessioni senza tempo, altissimi ideali. Siamo qui senza sterili nostalgie ma con la forza dei nostri intenti concreti e con la modernita’ delle strategie e dei progetti che abbiamo a disposizione, facciamo in modo che d’ora in avanti Tarragona e Alghero traccino un destino comune, fatto di legami saldi e costruttivi, di interscambi non solo culturali ma anche efficacemente economici e dinamici, che si crei una rete di sviluppi su tutti quei fronti che possiamo condividere, per sentirci più fattivamente in sintonia, per impiantare, perche’ no, anche quei presupposti di possibili ricchezze che i nostri figli potranno sfruttare, di crescita e reciproco sostegno e stimolo, di solidarietà e creatività, di vera e concreta, materiale e salda umanità e fratellanza.

Oggi siamo uniti nella gioia della festa ma con la consapevolezza e la determinazione che dobbiamo combattere una crisi difficile e che alle donne sarà richiesto d'essere protagoniste di questa lotta per la rinascita. Viviamo una specie di dopoguerra, anche se non vi è stata una guerra vera e propria, aspettiamo tutti una primavera dei popoli e un simbolo di questa primavera, come Santa Tecla fu simbolo di una primavera di fede e valori. Arriveremo dove vogliamo, tutto questo succederà molto presto, come noi lo vogliamo e come altri prima di noi hanno saputo sognarlo e vi arriveremo insieme, Alghero e Tarragona. Arriveremo a vincere la nostra battaglia per la passione, la fede, la magia della nostra gente, della nostra identità. Come non credere ?

Basta trascorre un giorno, qui a Tarragona o nella mia Alghero, bastano una sera, un tramonto, una passeggiata notturna, per sentire l'atmosfera misteriosa e l'abbraccio di quelle stesse voci che si parlarono un tempo, che progettarono, che vollero quello che oggi è la nostra vicinanza, il nostro agermanament. Basterebbe ritrovare quell'entusiasmo per affrontare qualunque altra sfida uniti.

Della mia Alghero non posso dirvi altro che non sappia cantare: Josep Pla la descrisse incantato, Pere Català i Roca la fece sua seconda patria per tutta la vita, Eduard Toda vi dedicò appassionati studi e così ancora innumerevoli nomi della cultura catalana, legati alla mia città per sempre anche solo dopo un casuale incontro. Della vostra Tarragona non ho da dirvi che quanto conosco e vi riconosco mi è familiare, intimo, affine, come se io stessa fossi tarragonese. Cartaginesi, punici, romani, bizantini, arabi, questi furono i vostri ed i nostri dominatori; la vostra storia è la storia di un porto di mare ambito, strategico, come fu la nostra roccaforte. L'intrecciarsi della storia dei nostri popoli ha accuito una reciproca capacità di riconoscersi fratelli.

Ecco io vorrei, dovrei, parlarvi di questo, per farvi sentire quanto è profondo e antico il nostro abbraccio; ma io non sono una storiatrice sono solo una figlia della mia città e della nostra patria metafisica, sono, se me lo concedete almeno per oggi, una tarragonese di Alghero. Allora vi porto la voce e le parole, il suono delle parole della mia lingua, perché è la vostra, è la nostra e solo lei può dirvi e farvi sentire ciò che non saprei raccontarvi e che ora ho sulle mie spalle, sulla mia bocca e dentro il mio cuore. Lo porto al vostro cospetto come il dono della storia, che il mare ha protetto, che il vento ha cullato, che il sole ha solidificato e che questo ponte di anime, attraverso il tempo ancor più dello spazio, vi ha portato. A voi, la mia lingua algherese, la mia anima, accettate questa come il mio pregò, accettatela con la massima benevolenza.

Molte grazie.

©Franca Masu